ESCLUSIVA TGC – “Ho conosciuto Maradona”: Patrizio Perrotta racconta il suo passato con Diego

Ho conosciuto il più grande di tutti“. Patrizio Perrotta, massaggiatore del Giugliano, ripete spesso queste parole nel corso dell’intervista che ha rilasciato in esclusiva ai nostri microfoni. Come dargli torto. Vivere Diego Armando Maradona e non limitarsi a godere delle sue giocate, un privilegio che abbiamo avuto l’onore, prima che il piacere, di recepire e trasformare in articolo.

Patrizio, come nasce il tuo vissuto con Maradona?

“La conoscenza con Diego è nata grazie al mio amico Raffaele Di Fusco, ex portiere del Napoli che mi portava a ogni allenamento al San Paolo. Quando entri in contatto con uno spogliatoio tramite un calciatore, i compagni di quest’ultimo ti vedono in modo diverso, perché sei amico di un loro collega. Avevo vent’anni, ero un ragazzino e vedere Maradona da vicino era la realizzazione di un sogno. Abitavo al Vomero, spesso mangiavo con Raffaele, con il quale l’amicizia andava oltre il calcio, e successivamente ci dirigevamo agli allenamenti. Racconto il primo aneddoto: l’allenamento era alle 14.30, ergo molti, quasi tutti i calciatori arrivavamo un’ora e mezza prima. Diego non era tra questi: arrivava verso le 14.10 in compagnia di Fernando Signorini e, pur di incontrarlo, andavo nel corridoio che precedeva quelli che ora sono diventati i vecchi spogliatoi del San Paolo. Diego, con il suo beauty marrone della Puma, entrava sempre fischiando e, ogni volta che mi vedeva, mi dava una pacca sulla spalla, mi abbracciava e mi chiedeva di accompagnarlo negli spogliatoi. Poco a poco cominciai a presenziare alle cene di squadra e, nel corso di una di queste, al ristorante “L’Incontro” di Licola, oggi non più operativo, feci l’imitazione di Moggi. Diego apprezzava notevolmente, rideva dicendo che fossi uguale e, da quel momento in poi, chiedeva spesso una nuova esibizione. Nonostante vedessi Diego ogni giorno, il cuore batteva a più non posso e le gambe tremavano a ogni sua singola apparizione, per quanto routinaria”.

È intuibile pensare che con Diego non manchino ulteriori aneddoti.

“Indubbiamente. Quanto sto per raccontare accadde nella stagione dello Scudetto: il Napoli veniva da Bologna, dove aveva giocato la semifinale di Coppa Italia, in attesa di giocare la Finale contro l’Atalanta e vincere il trofeo. Gli azzurri persero l’aereo, restarono a Bologna e partirono la mattina seguente. Di Fusco mi chiese di andare a Soccavo, doveva aveva lasciato l’auto, così da portargliela al San Paolo, dato che avrebbero direttamente svolto la sessione di allenamento. Ricordo che scesi la strada del Parco San Paolo, incrociai il pullman del Napoli e praticamente assieme entrammo allo stadio. Restai a vedere l’allenamento, che fu aperto al pubblico perché c’erano quindicimila persone, un qualcosa di allucinante. Era la settimana dello Scudetto, precisamente un giovedì, la gente voleva far sentire il proprio calore. Vidi l’allenamento con i Distinti alle spalle. Maradona, Giordano e qualche altro compagno avevano l’abitudine di restare a calciare dopo la seduta. A un certo punto, una parte del pubblico cominciava a chiamare. Mi giravo ma non credevo che qualcuno stesse cercando di attirare la mia attenzione. Era così: mi avvicinai e mi fu chiesto di chiamare Maradona per donargli dei fiori. Non assicurai il buon esito della richiesta, mi avvicinai e spiegai il tutto a Diego, che guardò il pubblico e disse: “Dai andiamo, vieni con me”. Cominciammo a correre insieme verso i Distinti, Diego mise la propria mano sulla mia spalla, ed è un gesto che ricordo ancora, come se non l’avesse mai tolta. Mi chiese di portare i fiori nello spogliatoio, ovviamente eseguì. Leggere tutto ciò può sembrare strano, ma era troppo l’amore nei confronti di Dieguito. Narro un’altra vicissitudine: era inverno, al San Paolo tirava un vento praticamente gelido. Diego e Giordano stavano calciando con Enrico Zazzaro, il portiere. Restai lì a vedere quelle scene, precisamente lato Curva A, perché all’epoca è da lì che si accedeva agli spogliatoi. Mi distrassi un attimo e fu fatale: presi una pallonata in pieno volto a causa di un tiro di Giordano. Cascai per terra, sai chi fu il primo a soccorrermi? Diego! Avevo i capelli lunghi, ricci, simili ai suoi: mi prese per la testa e mi disse: “Tranquillo, ti porto giù”. Scendemmo insieme verso gli spogliatoi per tamponarmi il naso e medicarmi. Sentivo ovviamente dolore, ma speravo che quel tragitto non finisse. Avevo Maradona accanto, si stava preoccupando per me, era un sogno. Arrivammo da Carmando, che chiese cosa fosse successo. Diego intavolò un siparietto: “Ha fatto a cazzotti con Bruno, ma è tutto risolto”. C’era da ridere. Non se ne andò fino a quando Carmando non finì di medicarmi e, nei giorni successivi, mi chiedeva continuamente come stessi. Era uno del popolo e per il popolo. Sto leggendo tanti attacchi all’uomo Maradona, ma c’è un punto che vorrei sottolineare”.

Prego.

“Evidenziare le ombre di Diego non è giusto, ergo sento il dovere morale di raccontare ciò che ho visto con i miei occhi. Diego comprava giocattoli ai bambini orfani di Marechiaro. Andava da Menna al CIS di Nola, ma non voleva la stampa al seguito che avrebbe potuto divulgare la cosa. Spendeva 60-70 milioni di lire di giocattoli e li distribuiva a chi non aveva né madre né padre. Faceva beneficenza in quantità spropositata, ho visto persone arrivare in ambulanza per lui. Ragazzi e ragazze che non potevano muoversi da un lettino ma che capivano e speravano di incontrarlo. Ricordo una scena dalla rara emotività: un giorno, al San Paolo, arrivò un’ambulanza, mi sembra da Padova. Diego uscì dallo spogliatoio, allontanò tutti i giornalisti e fece chiudere le porte dei corridoi perché voleva stare da solo con questo ragazzo che, quando uscì, aveva maglie di Maradona e palloni firmati. Ho saputo che fece anche una grossa donazione per le cure necessarie. Tutto ciò non si dice ma si punta il dito contro dinamiche che riguardano la vita privata. Non abbiamo gli strumenti per giudicare la moralità delle azioni commesse, soprattutto perché non inficiarono sul rendimento e sulla professionalità di chi ha portato trionfi e gioie alla squadra e alla città. Era un rivoluzionario, percepiva il calcio come una missione. Dallo spogliatoio mi raccontavano che, quando si scendeva in campo per tastare il terreno e decidere i tacchetti delle scarpette, capitava che apparisse uno di quegli stupidi striscioni del tipo “Colerosi”, “Lavatevi col fuoco”: Diego li vedeva, tornava nello spogliatoio e traboccava di rabbia sportiva. Caricava tutti i compagni che, prima di essere colleghi, erano suoi tifosi. Per non parlare dei suoi modi con i ragazzi della Primavera”.

Si dice che avesse sempre un gesto di cortesia e una parola di incoraggiamento.

“Esattamente. Una volta a Soccavo arrivò un giovane di 17/18 anni, Diego si avvicinò e gli disse: “Ciao, sono Maradona”. Il ragazzo si bloccò, ed era Maradona a dirgli di sciogliersi. Era così, non gerarchizzava il rapporto umano. Sai del rapporto che aveva con la squadra femminile del Giugliano?”.

La compagine Campione d’Italia?

“Proprio quella. Diego partecipava spesso alle cene che organizzavamo, perché all’epoca lavoravo lì come massaggiatore in seconda, alle spalle del mio maestro Giovanni Russo. Diego veniva volentieri. In una di queste cene, ennesima prova dell’umanità di Maradona, tenne in braccio il figlio di Giovanni, che non aveva più di tre anni. In certi contesti intimi lui stava bene, era sereno, socievole e coinvolto. Ci invitò addirittura al suo matrimonio. Perdonami, devo tornare un attimo indietro”.

Un altro aneddoto?

“Nella stagione 1986/1987, quella della doppietta Scudetto-Coppa Italia, in Coppa UEFA il Napoli perse ai calci di rigore contro il Tolosa. Diego sbagliò e, qualche giorno dopo la partita, durante una cena, presi coraggio e gli dissi: “Diego, cosa si prova a sbagliare un calcio di rigore?”. Lui, in totale serenità, mi versò del vino bianco, perché amava brindare con i conoscenti, e mi disse: “Sto male, ma un rigore per definizione è così, sono anni che li calcio ma negli ultimi cinque metri cambio mille volte l’idea di angolo che voglio centrare”. Parola di uno che, in carriera, ne ha sbagliati pochissimi. Ti portava dentro il suo mondo, voleva condividere il suo calcio con gli altri, dalla partitella in allenamento all’appuntamento in una Coppa Europea. Aveva la battuta sempre pronta, era solare. Quando mi vedeva al San Paolo, diceva: “Dov’è la macchina fotografica?” – perché gli facevo sempre tante foto – e scoppiava a ridere. Gli facevo costantemente firmare foto, non mi ha mai detto no, anzi, alle volte ho visto discussioni che aveva con i compagni di squadra quando quest’ultimi erano un po’ infastiditi dalle richieste. Fu molto carino anche con mia madre”.

 Ascolto con piacere.

“Accompagnai mamma a fare una radiografia a Soccavo, e le chiesi se volesse andare a vedere l’allenamento. Mamma accettò, arrivammo al campo e, al termine della sessione, uscì Ciro Ferrara, che conosco bene, e gli presentai mamma. C’era anche Raffaele, che la conosceva benissimo. Ad un certo punto arrivò Diego: feci anche in questo caso le opportune presentazioni e Maradona, con un’empatia incredibile, abbracciò mamma come se la conoscesse da tempo. Mia madre era anziana, rimase pietrificata, non poteva crederci”.

Celestiale in campo, umano fuori.

“Questo ha inciso anche sull’aggressività mostrato dagli avvoltoi che hanno utilizzato Diego per i propri scopi. All’epoca era così e, a mio avviso, le cose non cambieranno nemmeno dopo la sua dipartita. Sono devastato, ha commesso degli errori che poco a poco l’hanno logorato. Probabilmente non era circondato dal giusto entourage. Come si può banalizzare dinanzi a un calciatore che ha conosciuto soldi e notorietà prima di compiere 16 anni? Era così giovane e indifeso e si è sobbarcato le vicende di una famiglia umile ma povera, proveniente da un contesto difficile. Non c’è alcun corso di formazione per la fama, che ha un’altra faccia della medaglia che poco a poco tende a mostrarsi e corre il rischio di trascinare verso le ombre. Chi siamo noi per giudicare senza comprendere il vissuto che c’è alle spalle? Ciò nonostante, lui per Napoli è sempre stato in prima linea. Sentiva scorrere nelle vene l’amore nei confronti della squadra e della città. Diceva ciò che pensava, non si abbandonava a giri di parole, noncurante delle multe. Ho conosciuto il più grande di tutti”.

Il tuo presente umano e professionale si chiama Giugliano, piazza che ha conosciuto Maradona e che sta tributando il doveroso rispetto all’uomo e al calciatore.

“Giugliano è una piazza che ha vissuto grande calcio, con tifosi contraddistinti da maturità e passione, dunque in grado di riconoscere il più grande. Questa gente, a mio avviso, in Campania ha pochi eguali, probabilmente nessuno oltre Napoli e non parlo di dati numerici, bensì di attaccamento alla causa. Diego venne a giocare qui nella famosa amichevole organizzata per scopi benefici, ma non finisce qui: era il presidente onorario del Giugliano Calcio Femminile. Come ho accennato prima, invitò la squadra al suo matrimonio, mettendo a disposizione i biglietti dell’aereo, ma non andammo perché eravamo nel bel mezzo del campionato. Posso inoltre testimoniare la sua stima nei confronti di Antonella Carta, una delle attaccanti più forti che il calcio femminile italiano abbia mai conosciuto e perno di quel Giugliano. Lei è sarda e, in occasione di un Cagliari-Napoli, andò a trovare Diego in ritiro. Il Dieci l’accolse alla grande, a testimonianza del grande rispetto e legame con la maglia gialloblu”.

Patrizio, raccogliere la tua testimonianza è stato un onore. Salutiamoci così: viva Diego.

“Viva Diego, da sempre e per sempre. L’ho già detto, ma non mi stancherò di ripeterlo: ho visto, conosciuto e vissuto il più grande di tutti i tempi, che in questi giorni è riuscito a fermare il mondo, come una vera leggenda. Al calcio non posso chiedere più niente”.

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